Loading...
Calciatori

AUTOGOL LETALE

Quando il calcio si mischia con narcotraffico e scommesse, morire per un autogol mondiale, per quanto possa sembrare irreale, è possibile e Andrès Escobar l’ha provato sulla sua pelle.

AVVICINAMENTO A U.S.A. ’94

È il mondiale U.S.A. 1994, i cafeteros (la nazionale colombiana) si presentano come una delle favorite.

L’anno precedente si sono classificati terzi in Copa America perchè in semifinale contro l’Argentina sono stati eliminati al sesto rigore.

Disputano il girone di qualificazione a questo mondiale con Argentina, Paraguay e Perù in modo impeccabile con 4 vittorie e 2 pareggi, 13 gol fatti e solo 2 subiti.

Nelle ultime due partite del girone rifilano 4 gol al Perù e vincono 5-0 al Monumental di Buenos Aires, quella è la Colombia di Valderrama, Rincon, Valencia e Asprilla.

Ci sarebbe anche Higuita ma c’è un piccolo problema, viene arrestato nel 1993 e rimane in carcere per 7 mesi per aver fatto da mediatore nel sequestro del figlio di un compagno di nazionale rapito da narcotrafficanti.

Come dicevamo la Colombia arriva negli Stati Uniti con un’alta considerazione, tanto che parecchi scommettitori decidono di investire grosse cifre sul passaggio del turno dei colombiani.

Tra i questi anche i narcos, i quali intravedono un modo facile per riciclare denaro sporco e in un girone con Romania, Stati Uniti e Svizzera non era affatto impossibile.

IL CAMMINO COLOMBIANO

Prima partita, la Colombia parte male, con la Romania è 3-1 per la compagine europea, doppietta di Raducioiu e gol di Hagi.

Seconda partita, il dramma: si gioca a Pasadena, 22 giugno, minuto 35, su un cross sbagliato dello statunitense Harkes, Escobar interviene in scivolata deviando un pallone innocuo alle spalle del portiere Cordoba.

Il difensore rimane a terra steso sull’erba, incredulo e con le mani sulla faccia, come se sapesse già di aver scritto il suo destino con quell’intervento sciagurato.

La partita termina 2-1 per i padroni di casa e determina l’eliminazione della Colombia con una giornata d’anticipo. 

Qualche avvisaglia c’era già stata, il mattino prima della partita con gli Stati Uniti, nel ritiro colombiano arriva un fax anonimo di minacce rivolte al CT Maturana prendendo come capro espiatorio il centrocampista Gomez, reo secondo la stampa di giocare solo perchè “favorito” in quanto fratello del vice ct.

La stampa appoggia i narcos in queste insinuazioni e dopo queste minacce Maturana riunisce la squadra, Gomez torna a casa e la pressione sulla nazionale è sempre più forte

Questa cosa indubbiamente inciderà in negativo sulla prestazione contro gli americani.

La terza partita del girone con la Svizzera finisce 2-0 per i colombiani ma non serve a nulla, il 26 giugno si chiude il cammino dei cafeteros che tornano in patria.

LA TRAGICA SERA DEL 2 LUGLIO 1994

Nonostante i consigli di amici e del ct Maturana di stare in casa, il 2 luglio, esattamente 10 giorni dopo quell’autogol, Escobar decide di uscire a cena a Medellin, la sua città natale.

Con lui ci sono la fidanzata Pamela, che in meno di un mese sarebbe diventata sua moglie e degli amici.

Quando esce dal ristorante lo avvicinano degli uomini, lo insultano, lo accusano di essere un venduto e gli ricordano che per colpa sua in tanti hanno perso parecchi soldi.

Poi dalle parole passano ai fatti, prima le urla:

“Grazie per l’autogol”

Dopo, sei colpi di pistola.

Morto a 27 anni per un autogol.

La statua eretta a Medellin in memoria di Andrès Escobar

A sparare è Humberto Muñoz Castro, viene condannato a quarantatré anni e cinque mesi di reclusione, tornato in libertà nel 2005.

Il mandante invece è il narcotrafficante Juan Santiago Gallon Henao (arrestato solo nel gennaio 2018).

Al funerale di Andres ci saranno 120mila persone.

IL RIMPIANTO DEL CALCIATORE CHE SAREBBE POTUTO ESSERE

Ma chi era l’Andres Escobar calciatore?

Un difensore elegante e molto forte, tanto da essere il leader della nazionale colombiana e un vero idolo per i tifosi dell’Atletico Nacional di Medellin.

In questa squadra gioca praticamente per tutta la carriera (a parte una breve esperienza in Svizzera allo Young Boys) e con cui vince un campionato colombiano e una Copa Libertadores.

Dietro a questi successi della squadra di Andres, tra l’altro, sembrerebbe ci sia l’ombra dell’omonimo più famoso, Pablo, che nel club biancoverde trova il modo per riciclare il denaro derivante dal narcotraffico. 

Grazie alla conquista del massimo trofeo sudamericano, nel 1989, sfida il Milan di Sacchi nella Coppa Intercontinentale, uscendone sconfitto ma protagonista con una prestazione straordinaria tanto che Sacchi lo elogiò e lo segnalò alla dirigenza rossonera.

Il Milan non lo acquistò sotto l’era Sacchi ma in quell’estate maledetta Andres era intrigato da una possibile esperienza in Europa e proprio il Milan era vicino al suo tesseramento, ma quel maledetto autogol cancellò tutto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *