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EL BURRìTO – ARIEL ORTEGA

“L’hai fatto e morirò. L’hai fatto e morirò. L’ha messa sopra! Sto andando! Sto andando! Ti amiamo fino alla fine delle nostre vite! Ti amo calcisticamente! Sei sempre stato mio Ariel! Quel gol non merita il mio grido. Merita il grido della tua gente Ariel!”

Questa è l’esultanza (sempre pacata, tipica dei commentatori sudamericani) di Costa Febre dopo il gol stupendo del 4-0 del River Plate contro il San Lorenzo nel 5 novembre 2006.

Ma chi è che ha siglato questa rete? Beh, il protagonista di oggi: Ariel Ortega, detto “El Burrito”.

Quale sia la vera origine di questo soprannome non è molto chiaro, chi dice che era figlio di Josè “El Burro”, altri dicono per la sua testardaggine, qualcuno affibbia questo nomignolo a Ortega per la pedata violenta e decisa come quella di un asino.

Quel che è certo è che Ariel Ortega poteva essere molto di più.

IL RAGAZZINO ARIEL

Inizia a giocare come tutti i bambini del mondo per strada e in questo cosa, le strade sono quelle di Ledesma, piccolo quartiere nella provincia di Jujuy nell’esterno nord dell’Argentina.

Ortega non ha mai preso troppo sul serio il calcio, bastava un pallone e qualche ragazzino più grande da umiliare a suon di tunnel e dribbling vari.

Nel 1991, in un torneo organizzato dalle grandi squadre per trovare nuovi talenti, l’Atletico Ledesma incanta e soprattutto il suo numero 10 conquista gli addetti ai lavori:

“Ho trovato un fenomeno”

Dirà un osservatore del River Plate.

Bene, dopo quel torneo, “El Burrito” firma con i Millionarios e da qui parte l’ascesa al grande calcio di Ortega.

L’ASCESA AL RIVER PLATE

Il club di Buenos Aires è convinto di avere tra le proprie fila il nuovo Maradona.

Una rivincita per i Millionarios dato che El Pibe de Oro aveva già giocato per gli acerrimi rivali del Boca Juniors.

Per questo Ariel viene coccolato e idolatrato già all’età di 17 anni, quando Daniel Passarella lo lancia tra i grandi della prima squadra.

Negli anni del River Plate verranno lanciati insieme al Burrìto anche Almeyda, Gallardo, Crespo, Solari e Aimar che saranno tutti suoi compagni in nazionale, con cui esordisce nel dicembre del 1993 in un’amichevole contro la Germania.

Proprio con la nazionale partecipa al mondiale ’94, l’ultimo di Maradona.

In 6 stagioni di River Plate vincerà 4 campionati e una Coppa Libertadores (battendo in semifinale l’Universidad de Chile di Marcelo Salas).

L’ARRIVO IN EUROPA…

Nel febbraio 1997 Ortega sbarca in Europa, per la precisione in Spagna dove si aggrega al Valencia.

Nell’estate del ’97 arriva Claudio Ranieri sulla panchina dei padroni del Mestalla e tra i due non sarà amore a prima vista, anzi.

Le divergenze tra il giocatore e l’allenatore saranno incolmabili: l’italiano impone schemi e l’argentino li infrange.

I due non si piacciono ma le 17 presenze di quell’anno gli valgono la convocazione al mondiale in Francia nel ’98.

…E IN ITALIA

Sempre nel ’98 l’Italia si intreccia con la carriera di Ortega, infatti dopo i diverbi con Ranieri, alla chiamata di una Sampdoria in difficoltà non riesce a dire di no prendendo il primo volo per Genova.

La squadra blucerchiata arriva da un buon nono posto, ma in questa estate la rosa vede molti cambiamenti, o meglio perdite.

Nella sessione estiva di calciomercato vengono infatti ceduti Mihajlovic alla Lazio, Karembeu al Real Madrid, Signori al Bologna, Klinsmann al Tottenham e la coppia Boghossian e Veron al Parma.

I sostituti non saranno minimamente all’altezza e a fine stagione il verdetto è tragico: retrocessione.

Ortega, nella sua stagione alla Samp, gioca titolare ma le magie col pallone tra i piedi saranno poche e sporadiche, anche con i tifosi non scatta la scintilla perciò terminato il campionato va al Parma, fresco campione di Coppa Uefa e Coppa Italia.

Gli emiliani con Malesani in panchina giocano un calcio molto spumeggiante e offensivo, fattore che dovrebbe giovare ad Ortega, ma, nonostante si ritrovi in squadra con quel Crespo che era stato lanciato insieme a lui nel River Plate, anche in questa esperienza i colpi da fuoriclasse saranno pochi, come le sue presenze.

Terminata la stagione (ottimo quinto posto), termina anche l’esperienza europea di un fuoriclasse che tanto poteva dare e tanto non ha dato.

L’ULTIMA OCCASIONE E IL RITORNO A CASA

Anzi, un’ultima occasione in Europa ha provato a dargliela il Fenerbahce nel 2002, opportunità finita con 10 mesi di squalifica e ammenda di circa 9 milioni di dollari per non essersi ripresentato in Turchia dopo una partita con la nazionale.

Torna in argentina dove nel 2011 fa parte del River che retrocede per la prima volta in 110 anni di storia e nel 2012 si ritira dal calcio.

L’etichetta di “nuovo Maradona” gli è sempre rimasta addosso, non riuscendo però a soddisfare le aspettative che tutti avevano su di lui.

IL CALCIO DI ORTEGA

Il calcio che ha vissuto lui, specialmente quello europeo, era troppo serio per uno che, probabilmente, ha sempre avuto bisogno di una squadra o un allenatore che gli “liberasse” la testa da schemi e tattiche e gli dicesse “vai in campo, gioca come vuoi e divertiti” perché quando il suo spirito era questo non ce n’era per nessuno.

Nei giorni in cui decideva di essere un fuoriclasse era capace di accendersi e trovare la giocata giusta al momento giusto.

Formidabile tiratore di punizioni e mago dei pallonetti.

Senza fare dribbling spettacolari alla Ronaldinho, per intenderci, era capace di saltare qualsiasi difensore gli capitasse davanti.

Tanti difensori li ha “mandati al bar”, come si dice, ma un’altra caratteristica di Ortega è che poi al bar ci andava anche lui.

L’alcol nel corso della carriera di Ortega è sempre stato al suo fianco e sicuramente questo ha minato parecchio il suo rendimento.

Ma il ricordo di chi l’ha visto porta alle immagini belle del giocatore, alle finte di corpo, alle punizioni, ai pallonetti e a quella classe, talvolta offuscata.

Questo è il racconto del “nuovo Maradona”, etichetta messa a tanti ma lui è quello che tra tutti, forse, si è avvicinato di più.

Poteva essere, ma non è stato.

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